SCRIVERE FA BENE AL BUSINESS

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C’è uno strumento che potrebbe potenziare il rendimento professionale di chiunque, specie in ruoli decisionali e strategici. Uno strumento alla portata di tutti ma assai trascurato: la scrittura.

Ne parla un post a firma Richard Brenson in cui sono incappato di recente. Non si tratta di relazioni, report, verbali, ma proprio una “riflessione sotto forma di costante abitudine di scrittura (regular writing routine”). Scrivere, cioè, “semplicemente” allo scopo di mettere in fila i propri pensieri, riordinare le idee, “eliminare il rumore di fondo e focalizzarsi sulle cose importanti”.

Dopo aver conversato con un certo numero di autori di ogni tipo, Brenson riassume così i benefici di siffatta abitudine:

  • ti aiuta a “unire i puntini” e imparare di più;
  • favorisce schiettezza e onestà;
  • può risvegliare la tua creatività;
  • riduce la procrastinazione e coltiva la disciplina;
  • ti consente di essere in contatto con gli altri e diffondere conoscenza; 
  • potrebbe anche aiutarti a cambiare il mondo.

Tutto vero, dico io, che da una vita sto scrivendo tanto per conto terzi (lettere, articoli, discorsi, perfino libri e qualche audiovisivo), quanto per conto mio in forma di articoli su “CoachMag”, post per questo blog e per Generation Mover e altro ancora (ne ho scritta di roba, negli ultimi 35 anni come minimo…). Scrivere per se stessi significa darsi uno strumento potentissimo per scavare, elaborare e rendere intelligibili le proprie intuizioni, sensazioni, potenzialità. Renderle comprensibili a se stessi è indispensabile per poterle comunicare agli altri ma soprattutto trasformare in azioni sensate ed efficaci.

Scrivere è chiarimento, dunque. E movimento. Sollecita la mente, le idee si risvegliano, si muovono l’una verso l’altra, danno forma a nuove prospettive e soluzioni innovative. E’ così potente perché è l’atto coinvolge la mente ma anche il corpo, due piani che si attivano e alimentano reciprocamente. Addirittura, io per “smuovere le idee” devo proprio smuovermi io, letteralmente. Cioè alzarmi e camminare, in giro per la stanza oppure – meglio – fuori, per strada, in un giardino, in un bosco… Da tempo tutti i miei scritti – compreso questo che state leggendo – nascono così: cammino e detto a voce allo smartphone. Dopo mi siedo a tavolino e scrivo in senso stretto, dando uno sviluppo fluido e compiuto al mio dire. Se poi, come in questo momento, anziché a una scrivania d’ufficio sono seduto su una panca in un parco tra alberi rossi e gialli d’autunno nell’ultima aria tiepida di ottobre… meglio ancora.

Paesaggi a parte, è sufficiente decidere di riservarsi 15 minuti al giorno per dare voce e forma a ciò che sta formandosi nella nostra testa e nella nostra pancia: grezze pepite d’oro che se non raccolte e ripulite rischiano di essere spazzate via per sempre dalla tumultuosa corrente delle “cose da fare”. Nessun altro deve leggere quello che scrivete, quindi il “non sono mai stato bravo a scrivere” non vale. Ed essendo cosa utile e strategica, nemmeno il “non ho tempo” vale. Quindi, come si diceva una volta: carta, penna e calamaio… e buon lavoro!

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