Motivato a chi?

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Ho visto un annuncio di ricerca di personale. Diceva, a caratteri cubitali: “cercasi personale motivato”. Subito la mia mente ha recuperato una serie di casi che ho vissuto in prima persona o di cui sono stato testimone: quante volte abbiamo sentito manager e (soprattutto) imprenditori – di solito over 50 o più – lamentarsi che i loro dipendenti e collaboratori non si impegnano, non hanno voglia, non ascoltano, pensano solo allo stipendio…?

Mi sovviene di quel free lance di mia conoscenza che vive ripetutamente lo stesso ciclo: raccoglie intorno a sé piccoli gruppi di colleghi a cui prospetta la possibilità di sviluppare un grande progetto comune e nel giro di poco tempo li perde per strada, lamentandosi nel frattempo che “non si fanno mai vivi”.

Un altro esempio è quello di una certa organizzazione (no profit), nata all’insegna di grandi ambizioni e afflosciatasi miseramente come un soufflé riuscito male nel giro di un paio d’anni. Uno degli iniziatori, colui che in particolare avrebbe dovuto essere il leader di riferimento nel “core business” di quella realtà, brontolava che gli altri non partecipavano, non contribuivano, si facevano i fatti propri.

Che cos’hanno in comune queste situazioni? In tutte c’è almeno una persona che ha un’idea o conduce un progetto e che si basa su un presupposto affatto indimostrato: che “gli altri” siano mossi dalla sua medesima motivazione, e quindi siano automaticamente pronti ad agire secondo le sue aspettative. “Cercasi personale motivato”? Innanzitutto, cara azienda, comincia tu a darmi un buon motivo per venire a lavorare per te; e poi, fammi capire: motivato a che cosa? Far crescere il conto in banca tuo o mio? “Vendere acqua zuccherata o cambiare il mondo” (Steve Jobs)? So bene che alle orecchie dei datori di lavoro più maturi, specie se Boomers o a maggior ragione Builders, queste obiezioni suonano sfrontate e irrispettose, ma questo è ciò che frulla nella testa della gente nell’Anno di Grazia 2017 e bisogna necessariamente tenerne conto.

Soprattutto nel caso del nostro cartello: si trattava della ricerca di un elettricista e di un frigorista con esperienza e di età fra i 25 e i 30 anni. Se un datore di lavoro o un manager di 55/60 anni dà per scontato che per un Millenial (per di più ancora giovane) il concetto di “motivazione” sia lo stesso che ha in mente lui, commette un errore fatale: se mai riuscirà ad assumere questi giovanotti, facilmente li perderà in men che non si dica. A meno che si impegni seriamente a entrare in connessione con le motivazioni personali di questi lavoratori, senza pretendere come atto dovuto che esse coincidano con quelle aziendali.

A prescindere dalle differenze generazionali, pensare di assumere “personale motivato” significa volersi affidare alle loro motivazioni: sarà un rapporto che funzionerà per puro caso, fino al momento in cui le motivazioni “degli altri” non prenderanno strade diverse da quelle dell’organizzazione. A quel punto, il “personale motivato” sarà guidato dalla sua stessa, personale motivazione ad andarsene altrove.

Ecco dunque a che cosa serve un leader: il capo vecchio stile si aspetta che “gli altri” abbiano da sé la motivazione che dice lui; il leader del XXI secolo sa che tra i suoi compiti c’è anche quello di suscitare e allineare la motivazione altrui.

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