IL TUO COACHING COSTA TROPPO: FATTO O ALIBI?

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Ho davvero bisogno di coaching, e voglio davvero fare un percorso: la tua offerta mi piace, però adesso è un momento particolare… Cominciamo fra un paio di mesi, quando avrò un po’ più di soldi a disposizione”. Capita di sentirsi dare questa risposta, sia dalle aziende che dai privati: su 10 casi, forse in 1 o 2 ti stanno dicendo la verità, ma molto spesso si tratta di scuse… pardon, di alibi. Se a parlarti così è un’azienda, le motivazioni possono essere le più diverse. Se a farlo è una persona (un cliente privato), mi concedo il pregiudizio di sospettare fortemente che in realtà non ci sono le condizioni interiori per cominciare. Insomma: la persona non è pronta.

Ammetto che l’istinto di sopravvivenza (la mia, di sopravvivenza) si fa sempre sentire: avete presente quella vocina che subito sussurra “sei troppo caro, abbassa le tariffe”? Che poi, l’altro giorno non me l’ha sussurrato una vocina, ma me l’ha detto chiaro e tondo una cara amica che mi stava chiedendo se mi interessava essere contattato da una sua collega…

Ma. A parte tutti i bei discorsi sul “valore della mia professionalità” eccetera eccetera, in queste situazioni mi torna spesso in mente un episodio risalente ai primi tempi della mia attività. Dopo un certo numero di sessioni, un cliente privato mi comunicò che aveva deciso di interrompere il percorso perché non aveva abbastanza soldi per pagarmi oltre. Considerando come ci si era lasciati all’ultima sessione, quasi un mese prima, pensai che non fosse il caso di lasciare la persona così in sospeso e proposi un ultimo incontro, gratuito, allo scopo di tirare le fila e dare almeno un punto di riferimento finale. Così facemmo, e così saltò fuori che ciò che era venuto a mancare non era il denaro, bensì il motivo del coaching: durante le settimane precedenti, il ragazzo aveva maturato e messo in atto la svolta che stava cercando, aveva superato il nodo che lo aveva spinto a rivolgersi a me. Quella sessione servì a rendere lui consapevole di questo ed entrambi soddisfatti e gratificati per il successo del percorso.

Del resto, il primo a comportarmi così sono stato io: credo di aver gironzolato per un anno intorno all’ipotesi di chiamare una consulente di carriera per essere aiutato a uscire dal vicolo cieco in cui mi trovavo. L’argomentazione che ripetevo tra me e me era proprio questa: perché spendere soldi? Posso benissimo farcela da solo. Alla fine quella telefonata l’ho fatta (e come conseguenza eccomi qui): non è che nel frattempo la consulenza era diventata gratuita…

Ecco. Magari, ovviamente, una domanda sulla congruità delle tariffe me la faccio pure, ogni tanto. Però ho l’impressione che sia più efficace farsi domande sulla congruità della clientela…

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