Coaching e linguaggio. Anzi: lingua (straniera)

livemocha-imparare-lingue-straniere-internet

Il ruolo decisivo del linguaggio in una conversazione di coaching è ben noto a chiunque faccia questo mestiere fin dai primi giorni di studio teorico. Così è stato anche per me, che credevo di saperla lunga sul tema fin quando la pratica mi ha riservato un’esperienza affascinante (e decisamente istruttiva).

Ero in sessione (la quarta del percorso) con una persona che sapevo essere bilingue: padre italiano, madre inglese, una bella fetta di infanzia passata Oltremanica, tutta la vita in Italia. Era una di quelle sessioni in cui cominci bellamente a girare in tondo: il coachee si avviluppava in una spirale di considerazioni scoraggiate e scoraggianti, e il coach aveva rovesciato sul pavimento la sua cassetta degli attrezzi per essere sicuro di non lasciare nulla di intentato. Finché… intorno al 40mo minuto lui se ne esce con un auspicio del tipo “dovrei fare”, io – ispirato dagli dei del coaching, non ho altre spiegazioni – rispondo con una battuta in inglese: “just do it!”. Quello mi risponde con un paio di monosillabi pure in inglese, e senza un vero perché (apparentemente…) continuiamo la conversazione in inglese.

Tempo 15 minuti d’orologio e il coachee era uscito dal loop, aveva tracciato una direzione strategica, fissato un paio di azioni, cambiato postura del busto, tono di voce ed espressione del viso. Io stesso, preso dal flusso, non ho realizzato subito la concatenazione degli eventi: ho comunque lasciato che la sessione arrivasse alla sua conclusione naturale, e poi ho buttato lì che “da quando abbiamo cambiato lingua, hai cambiato atteggiamento e hai fatto un bel passo avanti”. Lui annuisce, socchiude gli occhi e mi dice: “Adesso che mi ci fai pensare, i migliori progetti della mia carriera li ho scritti in inglese. Solo dopo li traduco in italiano”.

Potrei azzardare che passare dall’italiano all’inglese è equivalso a passare dall’emotività mediterranea al pragmatismo anglosassone, ma perché mai dovrei avventurarmi in giudizi e interpretazioni, rinunciando al mio ruolo di coach che si limita a prendere atto di ciò che avviene e restituirlo al cliente? Ci basti sapere che l’interessato ha confermato convintamente il legame tra il cambio di lingua e il click mentale dal quale è scaturita la soluzione.

Servono forse molti commenti? Forse soltanto una breve osservazione: me ne ero scordato, ma qualcosa di simile mi era già capitato alcuni anni fa: in quel caso il coachee, 20nne nato in Italia da famiglia straniera ma di nonno pugliese, si era incartato perché “non so come dire in italiano, ce l’ho in mente in inglese”. Pure allora proseguimmo in inglese per un po’, per poi tornare all’italiano (sempre su iniziativa del coachee), seguendo i flussi profondi del suo pensiero.

E’ proprio vero: se non conosci le lingue, al giorno d’oggi, non vai molto lontano…

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>