Coaching, consapevolezza, mindfulness

Mindfulness

Dopo un anno e mezzo di esperimenti e di esperienza, sono giunto a una prima conclusione: quel corso di mindfulness è stato un ottimo investimento. Cioè: questa cosa di cui si parla tanto e che sembra tanto esotica funziona sul serio. Ed è molto, molto meno esotica di quanto si sia tentati di credere.

Tanto per cambiare, il primo passo l’avevo fatto nella Comunità di Pratica di Coaching, dove avevamo invitato Valeria Degiovanni, psicologa e trainer, perché ci spiegasse in che cosa consiste esattamente questa pratica, e in che senso ci sarebbe utile professionalmente. Poi ho seguito il percorso di 8 settimane tenuto dalla stessa Valeria secondo il protocollo MBSR (quello di Jon Kabat-Zinn). Infine… viene il bello: mantenere la pratica costante nel tempo, giorno dopo giorno, anche se non hai più l’appuntamento settimanale in cui dover rendere conto dei compiti a casa. In altri termini: costruirsi e consolidare una nuova abitudine quotidiana.

Cosa tutt’altro che scontata: io ero partito bene, ma mi sono rilassato troppo presto e un bel giorno mi sono accorto che erano passati mesi dall’ultima volta che mi ci ero dedicato. Allora mi sono richiamato all’ordine, ho “rinnovato il mio commitment” (come diciamo noi coach quando vogliamo parlare forbito) e oggi posso dire di essere ragionevolmente soddisfatto della mia costanza e regolarità.

Ma a che cosa serve tutto ciò? A un sacco di cose, ma poiché questo è un blog di coaching risponderò che serve a rafforzare una delle prerogative essenziali del coach: la Presenza. Attenzione: ciò che vado scrivendo rappresenta esclusivamente il mio modo di pensare e sperimentare la mindfulness, non ho alcun titolo per dare spiegazioni e definizioni che possano essere ritenute canoniche e scientificamente corrette. Ciò precisato, definirei la mindfulness sostanzialmente un allenamento mentale alla focalizzazione e al “qui e ora”, cioè un allenamento alla consapevolezza tout-court.

Consapevolezza di te stesso: dei tuoi stati fisici ed emotivi (i quali, come arcinoto, sono correlati gli uni agli altri), che impari a rilevare sempre più rapidamente e a gestire in modo sempre più efficace. Stress e arrabbiature non scompaiono magicamente: ma ti rendi conto del loro arrivo, prendi provvedimenti prima che si ingigantiscano, eviti di bruciare un sacco di energie. Un affinamento delle percezioni che vale sia per ciò che arriva “da dentro”, sia per ciò che arriva “da fuori”. Cioè, tanto per dirne una, dal coachee durante una sessione. Il che non dovrebbe suonare come una novità a chiunque, avendo un minimo di cognizione di coaching, sappia bene che la Presenza è la premessa necessaria su cui si fonda l’Ascolto Attivo, da cui poi discende il resto, cioè tutto quanto rende davvero efficace una sessione.

Consapevolezza, sensibilità, focalizzazione… Insomma, trattasi di pratica molto utile a chi fa questo mestiere. E, in generale, a vivere con meno stress e più lucidità. Il che, converrete anche voi, non guasta.

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