Coaching: mercato saturo e fiducia traballante

Coaching_Survey_2016

Luci e ombre, cioè buone notizie ma non per tutti, dal monitoraggio di Sherpa Coaching, in arrivo come ogni primavera da 11 anni a questa parte: in giro per il mondo, i coach più “anziani” non se la passano male, ma i guadagni dei nuovi sono in netta discesa.

Sono i risultati di un questionario che ha ricevuto risposte provenienti da 65 Paesi sparsi nel mondo: sul sito web è pubblicamente consultabile una sintesi relativa all’andamento globale dei ricavi, mentre il report completo è in vendita (ad oggi) a 79 dollari.

Tra qualche giorno saranno disponibili ulteriori dati gratuitamente, ma già questi primi stimoli fanno riflettere: negli ultimi 3-4 anni la crescita del business si era bloccata bruscamente, seppure in momenti diversi per i professionisti più affermati e per quelli agli inizi della carriera. Ora sembra che la situazione si sia assestata soprattutto per chi ha una posizione consolidata, mentre per i neo-coach nel 2015 si registra un calo del 10% del ricavo medio orario. Secondo gli autori della ricerca, questo conferma quanto intravisto a partire dal 2011, e cioè che il mercato del coaching va saturandosi. Del resto, tra gli HR intervistati soltanto il 7% si aspetta un incremento significativo della domanda di coaching nel 2016, anche se considerando la totalità dei rispondenti questa percentuale sale al 17% e ad essa si aggiunge un 54% di persone che si attende comunque una crescita seppur lieve.

Altro punto di attenzione segnalato: il Coaching Confidence Index, un parametro elaborato dalla stessa Sherpa Coaching, è crollato da 96 a 75 nel giro di un anno, a seguito di fattori quali il numero di clienti, la discesa dei ricavi e un minor ottimismo.

Questi ovviamente sono dati aggregati su scala globale: per i dettagli bisogna studiarci sopra di più, ma lo stimolo mi sembra già sufficientemente significativo. Da un lato l’offerta di coaching aumenta esponenzialmente man mano che le scuole sfornano nuovi aspiranti coach, dall’altro il mercato, specie quello aziendale, diventa sempre più esperto ed esigente…

Noi in Italia come vogliamo considerare tutto ciò? Non ci riguarda perché “qui da noi è un servizio ancora poco conosciuto e ci sono ampi margini di crescita” oppure il mondo – almeno quello corporate – è globalizzato e quindi ci siamo dentro come tutti gli altri e quindi è il momento di fare “qualcosa di diverso” altrimenti ci si impantana? Dove stanno i “margini di crescita”, e quali approcci specifici richiedono per essere trasformati in business effettivo?

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