Coaching Expo: ma perché?

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La scorsa settimana si è tenuto a Milano il Coaching Expo organizzato da ICF Italia. Avevo programmato di esserci ad entrambe le giornate, poi qualche imprevisto in più ha complicato le cose e ho finito per andarci solo il secondo giorno.

Il che mi ha fatto pensare che c’è stata un’epoca, all’inizio della mia avventura nel coaching, in cui ogni evento era irrinunciabile, ci stavo dalla mattina alla sera senza perdermi un solo minuto, e qualunque relatore su qualunque argomento diceva cose per me interessantissime. Bei tempi. Passati. Oggi guardo il programma prima, seleziono, scelgo, e a volte capita che non imparo qualcosa di nuovo, ma ripercorro qualcosa di noto però in modo diverso. Ho imboccato una china al termine della quale c’è il “non vado più a questi eventi”?

Non credo. Penso proprio che continuerò ad andarci. Per lo stesso motivo per cui penso che sia importante, fondamentale, l’esistenza delle associazioni professionali le quali organizzino anche cose di questo tipo. Perché?

Ho rivisto facce conosciute, persone che stanno accompagnando il mio viaggio fin dal primo giorno e altre che ho conosciuto lungo gli anni: con qualcuno due chiacchiere, con qualcun altro solo un rapido saluto da lontano. C’era anche “Coach Mag”, che fin dal suo primo numero ospita i miei scritti sulle sue pagine, prima con la direzione di Marina Fabiano e oggi con quella di Natascia Pane. Ho rivisto compagni di corso con i quali parlare sì di coaching, ma con parole e toni così diversi da quelli che usavamo nei giorni lontani della nostra formazione di base… e anche, ebbe sì, toni un po’ eretici. Il che significa: evolutivi.

Ho rivisto colleghi con i quali ho lavorato e altri con i quali spero un giorno di avere il privilegio di lavorare. Confrontandomi con le persone incontrate e i contenuti esposti nei workshop ho potuto misurare quanta strada ho fatto, capire quale strada ho fatto, chiarire ancora un po’ di più quale strada voglio fare da qui in avanti, che cosa ci voglio mettere dentro, quale professionista voglio essere.

E l’esortazione da chiusura d’aula, quella “una sola parola per dire che cosa vi siete portati a casa oggi”? Mi viene: “essenzialità”. Mettendo insieme le cose dette, le idee scambiate, i messaggi ascoltati, il distillato finale che mi sono trovato è che il coaching sembra destinato ad essere sempre più fatto di ascolto, silenzio, spazio vuoto. Sempre meno parole, sempre più Presenza.

Ecco perché continuerò ad andarci, a questi eventi. E allora grazie a tutti coloro che ci hanno lavorato, e appuntamento al prossimo.

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