2 apprendimenti sulla comunicazione digitale

Lo scorso venerdì ho dedicato la giornata ad un mio vecchio interesse che ultimamente avevo un po’ trascurato: l’incrocio tra comunicazione e internet. Di questo ringrazio Isabella Pierantoni di Generation Mover, la quale ha raccolto il bisogno di noi coach e professionisti organizzando un seminario sul tema, ed Enzo Ciavaglioli dell’agenzia specializzata Evolution People, il quale insieme ai suoi collaboratori ci ha portato spunti, risposte e incoraggiamenti.

Di tutto ciò, voglio condividere qui un paio di considerazioni (altrimenti dette “apprendimenti”).

Tanto per cominciare, prendere famigliarità con la comunicazione digitale non è più un’opzione: è una necessità. Anche se l’Italia continua ad essere in ritardo rispetto a buona parte del mondo industrializzato (a proposito: il Paese con il più alto tasso di penetrazione di Internet è il Regno Unito, seguito da USA e Germania), le ultime rilevazioni dicono che sono 26 milioni gli italiani che vanno in Rete quotidianamente, per una media di quasi 2 ore al giorno, con crescente preponderanza delle connessioni in mobilità. Traduzione: praticamente tutta la popolazione attiva ha ormai preso dimora in Internet. E, come ci insegna Giacomo Chabannes signore di La Palisse, dato che coloro ai quali vogliamo fare arrivare i nostri messaggi stanno in Rete, se non ci andiamo anche noi sarà difficile raggiungerli.

Non raccontiamoci la storia del “non sono capace, sono di un’altra generazione, ah io con la tecnologia…”. Come abbiamo avuto irrimediabile conferma durante il workshop, ormai la tecnologia viene offerta ad un tale livello di facilità d’uso che non si può rifiutare. Il punto decisivo non è tecnologico: è culturale. 

Seconda considerazione: per scoprire le funzioni di Google Trends, abbiamo chiesto quante volte è stata cercata la parola “coaching” in Italia negli ultimi anni, e con quale tendenza (aumenta, è stabile, diminuisce?). Non vi riferisco il risultato per non deprimervi alla vigilia delle meritate vacanze estive, ma l’apprendimento è arrivato forte e chiaro: a fronte del nostro orgoglio per quanto è potente ed efficace il coaching, là fuori c’è una platea di potenziali clienti che il coaching manco sanno che esiste. Siamo sicuri di voler continuare a voler vendere il coaching?

Magari è meglio mettere in vetrina il merito delle questioni a cui si applica il coaching: il mercato, in Italia, sembra proprio che non cerchi un bravo coach, quanto piuttosto chi fornisca aiuto per risolvere la questione x, y o z. Pensiamoci, quando scegliamo le parole per farci conoscere (e possibilmente comprare).