
Il Manager Mancino
Di Alessandro Chelo, ed. Ed. Sperling & Kupfer
Non è migliorando i punti deboli, o tentando di cambiare comportamenti che non ci appartengono, che diventeremo leader sopraffini. La ricetta di Alessandro Chelo punta sugli ingredienti di ottima qualità, che ognuno di noi possiede, per incrementare il proprio stile di leadership all’ennesima potenza.
“Il manager mancino” prende spunto da un noto tribolato calciatore, che aveva un dono ed è stato capace di renderlo unico grazie agli incitamenti del suo coach – poi l’ha buttato via, ma questa è un’altra storia. Era mancino, il prodigio Maradona, e anziché tentare di migliorare il gioco del piede destro, fece del suo mancinismo un’arma invincibile.
La teoria appoggiata dall’autore si srotola nel racconto di un manager di terza generazione, e del suo successo nel far evolvere il “piede sinistro” dei suoi collaboratori, creando così l’ambiente ideale per un business effervescente e positivo, dove gli obiettivi sono davvero condivisi e le persone rappresentano davvero la ricchezza dell’azienda.
Il racconto cattura rapidamente, con la sua scrittura favoleggiante: riconosciamo facilmente accadimenti già visti nelle vite professionali che frequentiamo. Talvolta appare semplicistico, ma è solo un punto di vista: semplificare, nel nostro mondo complesso, è più difficile che mai. Nella sua seconda parte diventa il manuale applicativo che stavamo cercando: d’accordo sul racconto emotivo, come si fa a tradurlo in pratiche azioni quotidiane? L’autore spiega anche questo.
E’ un libro da metropolitana, come amo definire le letture di scarso peso fisico ma di contenuto incisivo, oppure da aereo, se vogliamo uscire dall’area cittadina. Un centinaio di paginette che si leggono senza occhiali da presbite. Leggero ma succoso, non appesantisce occhi e cervello, disseta la voglia di cambiamento comportamentale che il mondo manageriale sta assiduamente sperimentando; sedimenta, fa riflettere, e forse germoglia con nuovi atteggiamenti davvero reazionari, nella loro semplicità.
Non posso che dichiararmi d’accordo, con l’umanesimo del management reclamato dall’autore. Ne suggerisco la lettura con frequenti interruzioni per spostare l’attenzione dal libro al qui e ora che appartiene al lettore, chiedendosi: in che modo questo passaggio può aiutarmi a migliorare la situazione ingarbugliata (o insoddisfacente, o problematica, o ….) che sto vivendo?
Buona riflessione.
Recensione a cura di Marina Fabiano.
Scarica qui il pdf.




5 responses »
1 marina // Nov 26, 2010 at 10:39 am
xAdminAssistant
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2 administrative assistant // Nov 26, 2010 at 10:18 am
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3 marina // Mar 23, 2010 at 7:53 am
L’arte del feedback “a sandwich” insegna che un commento positivo che precede una critica, procura spazio di disponibilità all’ascolto della negatività da aggiustare e all’impegno al cambiamento. Il rinforzo finale provvede a sostenere il tutto verso il prossimo miglioramento. Provi a leggere e sperimentare qualche passaggio sul “dare feedback” e scoprirà che esaltare le positività aiuta a commentare i lati deboli e limitanti.
4 beppe // Mar 22, 2010 at 11:12 pm
è vero, ci sono molti richiami al coaching. E proprio su questo nascono alcuni dei miei dubbi: esaltare la parte di talento delle persone è ottimo ma, quando quella persona è un collaboratore come si può investire sul talento lasciando in secondo piano le mancanze? l’esempio del padre con il figlio che arriva con un voto bello e uno brutto è significativo…. come accentuare i talenti convincendo a raggiungere “il minimo” sulle altre capacità?
5 Marco // Jul 26, 2008 at 9:42 am
Undici tocchi continuati col piede sinistro per realizzare in solitario uno dei più bei gol della storia del calcio, il secondo di Maradona nei Mondiali di Messico ‘86 contro l’Inghilterra, sono stati presi a modello da Alessandro Chelo per dimostrare come l’unicità di un talento ben coltivato - un piede sinistro straordinario – possa far raggiungere risultati eccellenti molto più di altre capacità meno spiccate nell’individuo che spesso si insiste nel voler potenziare .
L’autore trae lo spunto dall’illuminazione avuta da uno dei protagonisti del libro, Wesley Buskerville, in occasione dell’entusiasmante assolo di Maradona, per dimostrare come anche in azienda è auspicabile che i manager si impegnino a scovare e poi migliorare i talenti inespressi dei dipendenti, quei “piedi sinistri” che, è bene ricordarlo, non sono tutti formidabili come quello di Maradona. Spunta dunque nel calcio come in azienda l’importanza del bravo allenatore/manager in grado di individuare le potenzialità latenti delle persone e di anteporle a tutte le altre nel processo di miglioramento quotidiano. Non occorre essere o essere stati degli esperti di calcio per accorgersi come non tutti i mancini siano così eccellenti come quello di Maradona, e che per quasi tutti gli altri quella che si presenta come un’unicità tecnica si rivela essere un pesante limite quando si tratta di accompagnarla a quel miglioramento del piede destro necessario ogni volta che l’eccellenza del sinistro è di fatto difficilmente raggiungibile.
Restando sui contenuti del libro, tanto breve quanto ricco di significati, mancina quanto il piede di Maradona si presenta l’ipotesi suggerita dall’autore di un sistema di gestione per lo sviluppo del talento delle organizzazioni. Alla base di questo approccio innovativo la definizione e l’individuazione, nient’affatto scontate, di prestazione eccellente, da cui prende le mosse tutto il processo successivo. Cos’è veramente eccellente in un’organizzazione, e come si concilia questa ricerca del talento superiore con una delle frasi più significative del quaderno di Alvin Buskerville, secondo cui “ le persone fanno quello che possono, ed è già tanto”?
Per il resto nel libro si possono apprezzare molti richiami alle competenze richieste nell’attività di coaching, come la capacità di saper ascoltare , l’attenzione alle persone , lo spessore relazionale nella leadership umanistica. Sottile e molto elegante la distinzione tra quello che la persona è e quello che la persona fa: in fondo, come scrive l’autore, “i personaggi che interpretiamo cambiano nel tempo, ma ciò che siamo veramente tende a rimanere stabile”.
Marco B.
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